Quando si parla di Ujjāyī l'attenzione si concentra spesso sugli aspetti tecnici della pratica. La leggera contrazione della glottide, il suono del respiro, la regolazione delle fasi respiratorie. Eppure il significato più profondo di Ujjāyī non sembra risiedere nella tecnica. Il suo insegnamento riguarda soprattutto la qualità di ascolto che questa pratica rende possibile.
Il perno sul quale si appoggia il prāṇāyāma è l'immobilità. Il corpo ha già trovato una stabilità. Quando il corpo non richiede più attenzione, nell'immobilità la coscienza non è più continuamente richiamata dalle informazioni sensoriali e l'ascolto può progressivamente orientarsi verso una dimensione più sottile.
Cosi come in āsana non ha senso forzare la forma del corpo con il respiro, ancora di più, non si agisce con la forza, non si guida attraverso la volontà di ottenere qualcosa. Il respiro diventa progressivamente più lento, più sottile, più continuo. Nel prāṇāyāma non c'è nulla da esibire. Ciò che accade appartiene all'intimità dell'esperienza e il respiro diventa una guida verso una dimensione più profonda di noi stessi.
Forse uno degli aspetti più interessanti di Ujjāyī è proprio questa progressiva educazione al sottile. Il respiro diventa così delicato da non turbare la quiete del corpo. I sensi più grossolani sembrano perdere importanza e l'attenzione si raccoglie attorno a poche informazioni essenziali: il passaggio dell'aria nelle narici, il suono sottile dell'Ujjāyī, la lieve percezione del respiro nella gola. Informazioni minime, quasi impercettibili, eppure sufficienti per orientare la coscienza.
A poco a poco il corpo sembra arretrare sullo sfondo. Non perché scompaia realmente, ma perché non rappresenta più il centro dell'esperienza. La coscienza non è più occupata principalmente dalle sensazioni corporee. Rimane il soffio. Rimane il suono. Rimane una presenza sottile che accompagna l'interiorità verso una dimensione più raccolta.
Forse è anche per questo che alcuni maestri hanno associato Ujjāyī a certe qualità del sonno profondo. Non perché la pratica conduca al sonno. Al contrario. La coscienza rimane vigile e presente. Ma qualcosa della quiete che normalmente appartiene al sonno profondo viene portato nello stato di veglia. Nella vita ordinaria, quando la mente si quieta profondamente, la coscienza tende ad addormentarsi. Nello yoga accade qualcosa di diverso: la quiete aumenta, ma la presenza diventa più pregnante.
L'immobilità della postura, il suono del respiro e la continuità dell'attenzione agiscono insieme come un linguaggio silenzioso che non si rivolge soltanto alla mente cosciente. È come se anche le regioni più profonde del nostro essere venissero coinvolte. Come accade nel mondo animale quando tutto si arresta perché qualcosa di importante sta accadendo, così anche nello yoga l'immobilità non corrisponde ad una diminuzione della presenza. Al contrario. La partecipazione coscienziale aumenta. L'ascolto si approfondisce. L'interiorità si risveglia.
Quando questo processo si approfondisce compare il kumbhaka, la sospensione del respiro. Non come una tecnica separata dalla pratica, ma come il naturale approdo verso il quale tutto sembra orientarsi. Fino a questomomento il respiro ha accompagnato la coscienza, l'ha educata al sottile e l'ha progressivamente allontanata dal continuo richiamo delle sensazioni più evidenti. Poi, anche se per pochi istanti, anche il respiro si sospende.
È come una nave che, dopo aver attraversato il mare aperto, trova finalmente il porto. Il movimento si quieta. L'approdo è vicino. Durante il kumbhaka la coscienza può sperimentare uno spazio che non è più definito dal movimento del corpo né dal movimento del respiro. È come se tutto si mettesse da parte affinché la presenza coscienziale possa emergere con maggiore chiarezza.
E’ per questo che la Haṭha Yoga Pradīpikā pone tanta enfasi sui kumbhaka. Non per il trattenimento in sé, ma per ciò che diventa possibile riconoscere quando il movimento si sospende. La coscienza può oltrepassare il continuo fluire delle sensazioni e affacciarsi ad una dimensione che normalmente rimane nascosta.
Forse è qui che il silenzio rivela il suo significato più profondo. Non come assenza di suono. Non come semplice quiete. Ma come ascolto coscienziale. Un ascolto nel quale il corpo si ritira sullo sfondo, il respiro si ritira sullo sfondo e la coscienza può riconoscere una presenza che era sempre stata lì. Quando il movimento si sospende, la coscienza non incontra soltanto il silenzio, ma può intravedere una dimensione della vita che normalmente rimane nascosta dal continuo fluire delle sensazioni.
Siddhāsana prepara Ujjāyī. Ujjāyī prepara il kumbhaka. Il kumbhaka prepara l'ascolto del silenzio.
Per questo Ujjāyī non è soltanto una tecnica respiratoria. È un'educazione al sottile. Un graduale allontanamento dai riferimenti abituali. Un viaggio che conduce la coscienza dal suono al silenzio.
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