Quando si arriva al quarto capitolo della Haṭha Yoga Pradīpikā è naturale aspettarsi che Svātmārāma ci riveli finalmente il segreto dello yoga. Dopo gli āsana, il prāṇāyāma e le mudrā, sembra arrivato il momento della meta: il samādhi. Eppure, leggendo queste pagine, mi sono chiesta se non esista un modo diverso di avvicinarsi al loro significato. Molti di noi iniziano a praticare yoga perché desiderano stare meglio. Cerchiamo più salute, più serenità, più equilibrio. A volte arriviamo sul tappetino in un momento difficile della nostra vita. Altre volte sentiamo semplicemente che manca qualcosa. E, quasi senza accorgercene, iniziamo a praticare pensando che lo yoga possa aggiungere ciò che ancora non possediamo. Più calma. Più concentrazione. Più energia. Più felicità. Più spiritualità. Come se ci fosse sempre una distanza tra ciò che siamo e ciò che dovremmo diventare. Forse questo è il primo equivoco che lo Haṭha Yoga Pradīpikā ci invita lentamente a mettere in discussione. Anche il termine samādhi sembra prestarsi facilmente a questo fraintendimento. Nel corso dei secoli è stato tradotto come assorbimento, contemplazione, unione, integrazione. I grandi commentatori ne hanno offerto interpretazioni diverse e probabilmente nessuna definizione riesce davvero a contenerne tutta la ricchezza. Forse proprio per questo il samādhi non è qualcosa che possiamo comprendere soltanto attraverso una definizione. È una direzione. Una possibilità. Qualcosa verso cui la pratica ci accompagna, senza poterlo produrre con la sola volontà. Rileggendo i primi tre capitoli dello Haṭha Yoga Pradīpikā, mi colpisce un aspetto. Ogni pratica sembra fare molto meno di quanto immaginiamo. Gli āsana non costruiscono un corpo perfetto. Il prāṇāyāma non aggiunge semplicemente energia. Le mudrā non sembrano produrre esperienze straordinarie. Tutte sembrano muoversi nella stessa direzione. Ridurre ciò che disperde. Semplificare. Creare le condizioni. È come se Svātmārāma ci insegnasse, passo dopo passo, non l'arte di aggiungere, ma l'arte di lasciare cadere. La purificazione di cui parlano i testi, allora, forse non riguarda soltanto il corpo o il respiro. Riguarda anche il nostro modo di abitare la vita. Lasciare cadere le tensioni inutili. Lasciare cadere il bisogno continuo di controllare. Lasciare cadere le immagini che abbiamo costruito di noi stessi. Lasciare cadere l'idea di dover essere sempre diversi da ciò che siamo. Ogni pratica diventa così un gesto di semplificazione. E forse, quando ciò che è superfluo cade, non compare una persona nuova. Compare una persona più essenziale. Più vera. Più nuda davanti alla vita. Non nuda nel senso della fragilità. Nuda perché, poco alla volta, ha lasciato cadere ciò che la separava dall'esperienza. Le aspettative. Le paure. Le identificazioni. Il bisogno incessante di rincorrere qualcosa che sembra sempre mancare. Forse è proprio questo il significato più profondo della purificazione di cui parlano i testi. Non diventare altro. Diventare sempre meno coperti da ciò che non siamo. Forse il coraggio che lo yoga coltiva non consiste nel diventare invulnerabili. Consiste nel poter incontrare la vita così com'è. La gioia senza aggrapparvisi. Il dolore senza esserne completamente travolti. Ciò che possiamo cambiare. E ciò che dobbiamo imparare ad attraversare. Alla luce di questo percorso, mi chiedo se il quarto capitolo dello Haṭha Yoga Pradīpikā possa essere letto anche in questo modo. Non come la descrizione di un'esperienza straordinaria riservata a pochi. Ma come il naturale compimento di un lento lavoro di alleggerimento. Forse il samādhi non è qualcosa che possiamo conquistare, m ciò che può manifestarsi quando la pratica ha progressivamente rimosso ciò che ne impediva il riconoscimento. Non so se questa sia la definizione del samādhi. Probabilmente nessuna definizione può esserlo. Ma forse questa riflessione ci permette almeno di intuire la direzione verso cui Svātmārāma continua, con straordinaria delicatezza, ad accompagnarci. Forse il dono più grande dello yoga non consiste nel diventare qualcuno di diverso. Consiste nel diventare abbastanza essenziali da poter stare nudi davanti alla vita. Nudi davanti alla gioia. Nudi davanti al dolore. Nudi davanti a ciò che possiamo cambiare e a ciò che non possiamo cambiare. Perché il samādhi non ci allontana dalla vita. Ci restituisce, poco alla volta, la possibilità di incontrarla senza tutto ciò che, abitualmente, si interpone tra noi e ciò che è.
Samādhi · Haṭha Yoga Pradīpikā
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