Riflessioni sulla Śiva Saṃhitā – 8 Prāṇa: il movimento della vita

 

Con il respiro comincia la nostra vita e con il respiro finisce. Entriamo nella vita con un'inspirazione e la lasciamo quando il respiro si arresta. Tra questi due momenti il respiro ci accompagna continuamente, spesso senza che ne siamo consapevoli. Continua, giorno e notte, in un movimento sempre presente. È uno dei fenomeni più semplici e allo stesso tempo più misteriosi della nostra esistenza: qualcosa che accade spontaneamente e che tuttavia possiamo anche osservare, modificare, rallentare e, per un tempo, sospendere.

Il respiro è qualcosa che non possiamo vedere. Possiamo sentirlo all’interno del corpo, possiamo percepire il suo movimento e la forza che lo anima. Ed è proprio qui che si apre il suo carattere misterioso: conosciamo i meccanismi fisiologici della respirazione, ma il fatto stesso che un corpo sia vivo, che respiri, che senta e che sia abitato dalla coscienza rimane, in fondo, un mistero. Per questo, nel corso del tempo, il soffio è stato associato alla vita, all’anima, allo spirito, a quella forza invisibile che rende vivo il corpo.

Nella tradizione greca troviamo una parola particolarmente significativa: pneûma, πνεῦμα, dal verbo pnéō, soffiare, respirare. Il suo significato originario è quello di soffio, respiro, aria in movimento, ma anche di soffio della vita, forza vitale e principio capace di animare e organizzare la realtà. Pneûma è anche il soffio vitale che pervade l’universo e ne sostiene l’organizzazione e la coesione. Nel corso del tempo, dunque, l’essere umano ha cercato, attraverso un’esperienza estremamente concreta e corporea, di avvicinarsi a qualcosa di invisibile.

Nella tradizione dello Yoga incontriamo prāṇa. Anche qui il respiro e il soffio rappresentano una delle esperienze fondamentali attraverso le quali possiamo avvicinarci alla dimensione della vita, ma prāṇa non coincide semplicemente con l’aria respirata. Nella Śiva Saṃhitā il prāṇa è presentato come ciò che sostiene la vita e, all’inizio del terzo capitolo, viene collocato nel cuore insieme al desiderio, al karma e all’ahaṃkāra. Il prāṇa viene così inserito nella condizione stessa dell’essere umano incarnato: ciò che sostiene la vita attraverso la quale l’essere umano desidera, agisce e sperimenta.

Per questo il primo ascolto del respiro può partire da qualcosa di molto concreto e, lentamente, diventare più sottile. All’inizio ascoltiamo il respiro attraverso il corpo denso. Sentiamo il movimento dell’addome, del torace, delle costole, delle clavicole. Sentiamo l’espansione e la raccolta, possiamo percepire il movimento del diaframma, il contatto dell’aria nelle narici, la modificazione della forma del corpo durante l’inspirazione e l’espirazione. Questo è il primo livello dell’ascolto: il respiro come fenomeno corporeo, qualcosa che possiamo percepire attraverso i sensi.

Ma se rimaniamo abbastanza a lungo nell’ascolto, senza cercare continuamente di intervenire, la percezione può iniziare a modificarsi. Non ascoltiamo più soltanto il movimento meccanico dell’aria. Possiamo cominciare a percepire l’espansione, la diffusione, il raccoglimento, le diverse direzioni del movimento; possiamo percepire come il respiro coinvolga regioni del corpo che inizialmente non avevamo considerato. L’ascolto diventa allora progressivamente più sottile.

Il contatto con il respiro è in fondo per noi esseri umani qualcosa di misterioso. E nel nostro contatto col respiro, la nostra capacità percettiva si affina. Il respiro, che all’inizio poteva apparire soltanto come un movimento fisiologico, comincia a essere percepito come qualcosa che modifica continuamente la nostra esperienza del corpo e dello spazio interiore.

Ed è proprio qui che possiamo iniziare ad avvicinarci al concetto di prāṇa. Non possiamo dire semplicemente che il respiro è il prāṇa. Il respiro è una delle manifestazioni più evidenti attraverso le quali possiamo entrare in relazione con il prāṇa. Il respiro diventa una porta di accesso all’ascolto di qualcosa di più sottile. È anche questo uno degli aspetti più affascinanti del prāṇāyāma: non si tratta soltanto di imparare a respirare in un determinato modo, ma di educare progressivamente la coscienza a riconoscere ciò che il respiro rende accessibile.

È a questo punto che la Śiva Saṃhitā introduce i diversi movimenti del prāṇa. Il testo dice che dalle modificazioni dello stato del prāṇa derivano i suoi diversi nomi. Il prāṇa è quindi una realtà una che assume differenti modalità e funzioni. La Śiva Saṃhitā ne elenca dieci: prāṇa, apāna, samāna, udāna e vyāna, ai quali si aggiungono nāga, kūrma, kṛkara, devadatta e dhanañjaya. Tra questi, cinque sono considerati principali e il testo sottolinea in particolare l’importanza di prāṇa e apāna.

La parola vāyu richiama l’idea del movimento, del soffio, di ciò che si muove. I cinque vāyu possono quindi essere compresi come differenti modalità attraverso le quali il prāṇa si manifesta e si muove nel corpo. Non cinque energie completamente separate, ma diverse direzioni e qualità del movimento della vita.

La Śiva Saṃhitā indica anche le loro differenti sedi: prāṇa è associato alla regione del cuore e del torace, apāna alla regione inferiore, samāna alla zona dell’ombelico, udāna alla gola e vyāna all’intero corpo. È una vera mappa del corpo energetico, che non serve soltanto a essere memorizzata, ma può diventare un orientamento per l’esperienza.

Prāṇa e apāna mostrano innanzitutto due direzioni fondamentali. Prāṇa è associato alla regione toracica, al movimento della ricezione verso l’alto; apāna alla regione inferiore e al movimento verso il basso e verso l’esterno.

Ma prāṇa e apāna non sono semplicemente due movimenti contrapposti. Qui emerge la funzione di samāna, localizzato nella regione dell’ombelico e associato all’assimilazione e alla trasformazione. Samāna introduce la dimensione del centro: ciò che sale e ciò che scende possono incontrarsi e trovare una relazione. È il movimento che raccoglie, assimila e trasforma. Nella pratica del prāṇāyāma, la respirazione completa e la sospensione a polmoni pieni possono offrire una condizione privilegiata per percepire questo incontro: il movimento del respiro si arresta temporaneamente e l’attenzione può raccogliersi nel centro, nella regione di samāna. Anche con udāna la direzione è ascendente. Associato alla regione della gola e alla parte superiore del corpo, il suo movimento è verso l’alto. Questa direzione può essere osservata nella verticalità del corpo, nell’asse della colonna, nella gola, nel viso e nella testa, ma anche nella possibilità di una percezione progressivamente più sottile.

Quando l’immobilità si prolunga, il respiro si raffina e la concentrazione diventa più stabile, la percezione abituale del corpo può modificarsi. I suoi confini possono diventare meno definiti, la percezione dello spazio può cambiare e la coscienza può sperimentare una diversa qualità della propria presenza. In questa prospettiva, la direzione ascendente di udāna può essere avvicinata anche come un movimento della coscienza verso stati più sottili dell’esperienza. Il corpo diventa lo strumento attraverso il quale la coscienza può trasformarsi e aprirsi a dimensioni che oltrepassano la percezione ordinaria.

Infine incontriamo vyāna, che non è circoscritto a una singola regione, ma è associato alla diffusione e alla pervasione dell’intero corpo. Dopo aver osservato zone e direzioni specifiche, l’attenzione può ampliarsi fino a includere il corpo nella sua totalità. Vyāna rappresenta questa dimensione di pervasione: il prāṇa non è più osservato in un punto, ma nella sua presenza diffusa nell’intero organismo.

I vāyu diventano così una chiave per comprendere il corpo come microcosmo. La Śiva Saṃhitā non offre semplicemente un insieme di termini da imparare, ma una mappa attraverso la quale osservare il movimento del prāṇa nella vita incarnata: ciò che riceviamo, ciò che lasciamo andare, ciò che raccogliamo verso il centro, ciò che si orienta verso l’alto e ciò che si diffonde attraverso il corpo.

Il prāṇa, nella Śiva Saṃhitā, non è quindi soltanto ciò che ci permette di respirare. È ciò che sostiene la vita e attraversa l’esperienza dell’essere umano, intrecciandosi con desiderio, karma e ahaṃkāra. Il lavoro sul prāṇa non è soltanto un lavoro sul respiro: attraverso il respiro possiamo osservare il modo nel quale la vita si manifesta nel corpo, le sue direzioni, le sue modificazioni e il rapporto tra movimento, percezione e coscienza. E ancora una volta la Śiva Saṃhitā ci invita a passare dalla descrizione alla percezione. Il testo ci dà i nomi, le sedi e le funzioni; la pratica ci chiede di ascoltare. Il sapere dei vāyu diventa così qualcosa di vivo quando impariamo a riconoscere nel corpo le diverse direzioni del movimento della vita, fino ad arrivare a una percezione nella quale il corpo intero respira, sente e si raccoglie. Non sapere soltanto che esistono cinque vāyu, ma imparare ad ascoltare nel corpo il movimento della vita.