Riflessioni sulla Śiva Saṃhitā – 6 La forza latente

 

Nei capitoli precedenti abbiamo incontrato il corpo come microcosmo e abbiamo iniziato a esplorarne la geografia invisibile. La Śiva Saṃhitā ci ha condotto dalla vastità dell’universo riflesso nel corpo alla rete delle nāḍī, fino alle tre principali — Iḍā, Piṅgalā e Suṣumnā. Abbiamo così iniziato a considerare il corpo non soltanto nella sua dimensione visibile, ma come un luogo attraversato da percorsi sottili nei quali si muove il prāṇa.

In questa parte del secondo capitolo il testo compie un ulteriore passo e ci conduce verso mūlādhāra, dove incontriamo la Kuṇḍalinī. La sua descrizione è una delle immagini più conosciute della tradizione dello Yoga: è avvolta in tre spire e mezza attorno allo svayambhū-liṅga e la sua testa chiude il passaggio del Brahmadvāra, la porta che si apre verso Suṣumnā.

La forza che il testo ci presenta è dunque una forza raccolta, concentrata, non ancora dispiegata. La Kuṇḍalinī non viene descritta semplicemente come qualcosa che si trova alla base del corpo e che dovrà successivamente salire verso l’alto; la sua immagine contiene innanzitutto l’idea di una potenza presente, contenuta in uno stato di latenza. È una forza che appartiene già al corpo, ma che non si manifesta ancora nella sua piena possibilità.

La sua testa chiude il Brahmadvāra, letteralmente la “porta di Brahman”, un passaggio sottile associato all’ingresso di Suṣumnā. È come se la potenza della Kuṇḍalinī custodisse e nello stesso tempo chiudesse una soglia: il percorso centrale è presente, ma il suo accesso rimane ancora sigillato. Nel linguaggio della fisiologia sottile non si tratta di una struttura anatomica, ma di un’immagine simbolica attraverso la quale il testo descrive la possibilità di accesso a un livello più profondo dell’esperienza.

È proprio questo aspetto che trovo particolarmente significativo. La parola latente indica qualcosa che esiste, ma che non è ancora manifesto, una potenzialità che può rimanere raccolta senza per questo essere assente. La Kuṇḍalinī, nella rappresentazione della Śiva Saṃhitā, può essere avvicinata attraverso questa immagine: una potenza concentrata nel punto più profondo del corpo, intimamente connessa alla possibilità di trasformazione.

Il simbolismo delle tre spire e mezza suggerisce una condizione di raccoglimento. La potenza non è dispersa, ma avvolta intorno al proprio centro; la sua testa chiude il Brahmadvāra e quindi il passaggio verso Suṣumnā rimane custodito. Prima ancora di parlare di un movimento ascendente, il testo ci mostra una forza che permane nella quiete.

Questo mi permette di collegare la descrizione della Kuṇḍalinī a un aspetto fondamentale della pratica degli āsana: l’immobilità non è assenza di energia. Quando il corpo raggiunge una condizione di stabilità e d’immobilità, non significa che all’interno non accada più nulla. Al contrario, proprio quando smettiamo di modificare continuamente la forma possiamo diventare più sensibili a ciò che si manifesta al suo interno. Il respiro continua a muoversi, le sensazioni cambiano, la percezione del corpo si modifica e l’attenzione può diventare progressivamente più sottile.

In questo senso la pratica non deve necessariamente essere intesa come un’azione attraverso la quale produciamo qualcosa. Può diventare piuttosto una condizione nella quale impariamo a riconoscere ciò che è già presente. L’immobilità di un’āsana, accompagnato dal respiro e dalla concentrazione, crea uno spazio nel quale una parte della nostra esperienza abitualmente coperta dal movimento e dagli stimoli esterni può diventare più percepibile.

La Kuṇḍalinī si trova così all’inizio di un percorso che il testo collega direttamente a Suṣumnā. La sua presenza è legata al passaggio centrale e al Brahmadvāra, mentre Iḍā e Piṅgalā vengono nuovamente descritte ai suoi lati. Il corpo sottile che avevamo incontrato nella lezione precedente acquista quindi una nuova dimensione: non è soltanto una geografia fatta di percorsi, ma una geografia nella quale sono presenti potenza, movimento e possibilità di trasformazione.

La Śiva Saṃhitā torna poi a descrivere Iḍā, Piṅgalā e Suṣumnā, precisando il loro rapporto reciproco. Iḍā e Piṅgalā si dispongono ai lati di Suṣumnā e si collegano alle due narici, mentre Suṣumnā costituisce il percorso centrale. Lungo questo asse il testo introduce inoltre i sei cakra, che appartengono alla geografia sottile di Suṣumnā. La mappa del corpo sottile diventa così sempre più articolata, ma il testo non sembra volerci offrire soltanto un sistema da memorizzare: sta costruendo progressivamente un’immagine del corpo come luogo nel quale differenti forze e differenti percorsi si incontrano.

È significativo che, dopo questa descrizione, la Śiva Saṃhitā torni a parlare delle nāḍī in relazione ai vāyu. Il testo dice che esse portano le percezioni e guidano il cammino dei soffi, e afferma che nelle nāḍī circolano i vāyu, le energie vitali associate alle diverse funzioni del corpo. Qui la geografia invisibile che abbiamo incontrato nella lezione precedente acquista movimento: le nāḍī non sono più soltanto percorsi da conoscere, ma diventano vie attraverso le quali il testo descrive il movimento dei vāyu e del prāṇa.

Questo passaggio è particolarmente importante per la pratica. Quando osserviamo il respiro nell’immobilità, possiamo iniziare a percepirlo non soltanto come entrata e uscita dell’aria, ma come un movimento che attraversa il corpo e modifica continuamente la nostra esperienza. Possiamo riconoscere l’espansione e la raccolta, la direzione del movimento, le differenze tra le varie regioni del corpo e le modificazioni che avvengono quando l’attenzione diventa più concentrata. Non è necessario attribuire immediatamente un nome a ogni sensazione: la pratica consiste anche nell’affinare la capacità di percepire.

È qui che il concetto di prāṇa diventa particolarmente significativo. Il prāṇa non viene più considerato soltanto come un termine della tradizione da definire, ma come qualcosa che possiamo avvicinare attraverso l’esperienza del respiro, dell’immobilità e della coscienza. Le nāḍī rappresentano la rete attraverso la quale il testo descrive questo movimento, mentre i vāyu ne esprimono le diverse modalità.

La Śiva Saṃhitā introduce poi Maṇipūra e il fuoco, descritto in relazione ad Agni e al fuoco digestivo Vaiśvānara. Anche qui il corpo viene presentato come un luogo di trasformazione. Ciò che entra nel corpo attraverso il nutrimento viene trasformato e assimilato; il fuoco rappresenta questa capacità di trasformare ciò che riceviamo e di renderlo parte di noi.

Kuṇḍalinī, nāḍī, vāyu e Agni possono quindi essere letti come differenti aspetti di una stessa visione del corpo: una realtà viva, attraversata da forze, percorsi e processi di trasformazione. La Kuṇḍalinī rappresenta una potenza raccolta; le nāḍī costituiscono la rete dei percorsi sottili; i vāyu esprimono il movimento delle energie vitali; Agni introduce la dimensione della trasformazione.

E tuttavia, proprio quando sembra aver costruito una mappa sempre più dettagliata, la Śiva Saṃhitā riapre lo spazio del mistero. Nei versi conclusivi di questa parte il testo ricorda che le parti del corpo sono molte, diverse e di vario nome, e che non è possibile enumerarle tutte.

È un passaggio che trovo particolarmente significativo. Dopo averci dato numeri, nomi, percorsi e punti di riferimento, il testo ci ricorda che il corpo non può essere completamente contenuto in una descrizione. La mappa è necessaria per orientarsi, ma non coincide con il territorio.

Forse anche per questo la conoscenza dello Yoga non consiste soltanto nell’accumulare informazioni sul corpo sottile. La conoscenza diventa esperienza quando la coscienza acquista la capacità di percepire ciò che prima rimaneva sullo sfondo. Attraverso l’immobilità, il respiro e la concentrazione possiamo avvicinarci progressivamente a una dimensione del corpo che non si offre immediatamente ai sensi.

La forza latente di cui parla la Kuṇḍalinī può allora essere accostata non soltanto come un’immagine della tradizione, ma come un invito a riconoscere che il corpo contiene possibilità che non sono immediatamente manifeste. La pratica non deve necessariamente crearle: può creare le condizioni perché possano essere riconosciute.

Ed è proprio nell’immobilità che questo diventa più evidente. Quando la forma smette di essere il centro dell’attenzione e il respiro diventa più sottile, il corpo può cominciare a rivelare una dimensione diversa della propria esistenza. Non qualcosa da forzare o da raggiungere, ma qualcosa che può essere lentamente ascoltato.

La forza è già presente. La pratica ci insegna a riconoscerla.