Riflessioni sulla Śiva Saṃhitā – 5 La geografia invisibile

 

«Nel corpo dell’uomo ci sono trecentocinquantamila nāḍī, le principali sono solo quattordici.»
(Śiva Saṃhitā II,13 – traduzione di Maria Paola Repetto)

Dopo averci invitato a riconoscere nel corpo il riflesso dell’intero universo, la Śiva Saṃhitā compie un ulteriore passaggio. Quel microcosmo non è immobile. È attraversato. Al suo interno esiste una rete vastissima di nāḍī attraverso le quali si muove il prāṇa. Il corpo che nei primi versi appariva come un universo contenente monti, fiumi, mari e isole, ora sembra acquistare movimento: diventa una geografia viva, percorsa da correnti invisibili.

La parola nāḍī deriva dalla radice sanscrita nad, legata all’idea di fluire, muoversi, vibrare. Non indica quindi semplicemente un canale nel senso anatomico del termine. Nella fisiologia sottile dello Yoga, le nāḍī appartengono a una dimensione che non possiamo osservare attraverso la percezione ordinaria. Sono parte di quella geografia interiore attraverso la quale il prāṇa può muoversi e che lo yogin impara progressivamente a conoscere attraverso il respiro, la concentrazione e l’esperienza diretta.

Forse non possiamo percepire le nāḍī come percepiamo abitualmente il corpo, ma possiamo affinare la nostra capacità di ascoltare. Il respiro rappresenta una delle porte attraverso le quali questa conoscenza può diventare progressivamente più sottile. Quando smettiamo di utilizzarlo soltanto per accompagnare un movimento e iniziamo realmente ad ascoltarlo, scopriamo che il corpo non respira necessariamente nello stesso modo in ogni sua parte. Esistono differenze tra destra e sinistra, zone più vive e zone più silenziose, espansioni, pulsazioni e variazioni che normalmente sfuggono alla nostra attenzione.

È proprio qui che la pratica dello Yoga può diventare una forma di conoscenza. Non si tratta di immaginare qualcosa che non riusciamo a percepire, ma di educare lentamente la nostra coscienza a percepire gli aspetti più sottili abitualmente nascosti dai sensi. L’immobilità di un’āsana, la continuità del respiro, l’attenzione rivolta all’interno permettono di accorgerci di ciò che normalmente rimane sullo sfondo. Il corpo diventa progressivamente meno conosciuto attraverso la forma e più conosciuto attraverso le sensazioni sottili, il respiro e la presenza coscienziale.

La Śiva Saṃhitā ci presenta inizialmente una realtà quasi impossibile da comprendere nella sua vastità: trecentocinquantamila nāḍī. Ma subito dopo restringe il campo. Di questa moltitudine, soltanto quattordici sono considerate principali. E anche all’interno di queste quattordici il testo stabilisce una gerarchia: Suṣumnā è indicata come la più importante, particolarmente amata dagli yogin.

È interessante osservare questo movimento del testo: dalla molteplicità verso l’essenziale. Da una rete immensa di percorsi, l’attenzione viene progressivamente raccolta. Dalle quattordici nāḍī emergono poi le tre principali: Iḍā, Piṅgalā e Suṣumnā. Il testo le pone in relazione con la colonna vertebrale e le associa alla luna, al sole e al fuoco, collegandole anche ai tre fiumi sacri Gaṅgā, Yamunā e Sarasvatī.

Qui la Śiva Saṃhitā non sta costruendo una semplice anatomia del corpo sottile. Sta costruendo una cosmologia incarnata. La luna, il sole, il fuoco, i fiumi sacri non appartengono soltanto al mondo esterno: trovano una corrispondenza all’interno del corpo dello yogin. Il microcosmo che abbiamo incontrato nei primi versi continua così a rivelarsi: non soltanto come immagine del macrocosmo, ma come luogo nel quale le sue forze e i suoi principi vengono riconosciuti e sperimentati.

Anche la pratica del respiro può accompagnarci verso questa esperienza: percepire i due lati del corpo, riconoscere differenze e polarità e, attraverso l’alternanza del respiro, ritrovare progressivamente una maggiore percezione di equilibrio e di centro.

Non dobbiamo però sovrapporre automaticamente l’esperienza del respiro alla mappa delle nāḍī. Iḍā e Piṅgalā non sono due strutture anatomiche che dobbiamo imparare a localizzare. La mappa della Śiva Saṃhitā appartiene a un altro livello di conoscenza. Può diventare uno strumento per orientarci nell’esperienza, ma non deve sostituirla.

E la progressione continua.

Dalle molte nāḍī alle quattordici, dalle quattordici alle tre, dalle tre a Suṣumnā. E poi, ancora più all’interno, il testo introduce Citrā, o Citrīṇī, descritta come la parte più interna di Suṣumnā. È come se la geografia del corpo diventasse progressivamente più sottile man mano che restringiamo il campo dell’attenzione.

Nel verso 18 leggiamo:

«Nella parte più interna di queste nāḍī scorre la citrā, la mia amata, e proprio lì si trova lo splendido brahmarandhra, che è sottilissimo.»
(Śiva Saṃhitā II,18 – traduzione di Maria Paola Repetto)

Il testo ci conduce quindi all’interno di Suṣumnā stessa, verso una dimensione ancora più sottile, fino al Brahmarandhra, descritto come estremamente sottile.

È una progressione che trovo profondamente significativa anche per la pratica: più la percezione diventa sottile, più l’attenzione si raccoglie. Non necessariamente vediamo di più; impariamo piuttosto a percepire diversamente.

Anche qui uno degli insegnamenti più preziosi che possiamo trarre da questa parte della Śiva Saṃhitā è che la conoscenza del corpo non procede soltanto aggiungendo informazioni. Procede anche togliendo rumore, rallentando, affinando l’ascolto. Il corpo che all’inizio conoscevamo attraverso la forma diventa un territorio sempre più vasto e misterioso, nel quale il respiro ci permette di entrare.

La geografia invisibile delle nāḍī non è allora soltanto una mappa da studiare. È un invito a cambiare ancora una volta il nostro modo di guardare il corpo: dalla forma all’immobilità, dall’immobilità alla percezione sempre più sottile dell’esperienza.

Il testo ci offre la mappa. La pratica ci insegna a percorrerla.