«In questo corpo c'è il Meru circondato da sette isole, vi sono sette fiumi, mari, monti, campi e proprietari dei campi.»
(Śiva Saṃhitā II,1 – traduzione di Maria Paola Repetto)
Con un solo verso la Śiva Saṃhitā cambia completamente il nostro modo di guardare il corpo. Abitualmente lo conosciamo attraverso ciò che vediamo. Ne osserviamo la forma, la postura, la forza, la flessibilità, i limiti. Anche nella pratica degli āsana è facile cadere nella convinzione che il nostro compito sia quello di costruire una forma sempre più corretta o di raggiungere una posizione sempre più perfetta. Il secondo capitolo della Śiva Saṃhitā, invece, ci invita a compiere un cambiamento radicale di prospettiva. Prima ancora di parlare di nāḍī, di cakra o di prāṇa, il testo ci chiede di guardare il corpo con occhi diversi. Il corpo non è un ostacolo da superare per raggiungere una dimensione spirituale, né un semplice strumento al servizio della mente. È il luogo nel quale il macrocosmo si riflette nel microcosmo, un universo vivente che custodisce in sé la stessa realtà che anima l'intera manifestazione.
Il secondo capitolo della Śiva Saṃhitā sembra confermare ciò che la pratica, nel corso degli anni, mi ha insegnato: gli āsana non consistono nel costruire forme sempre più perfette, ma nello sviluppare una capacità sempre più sottile di ascoltare il corpo. Prima di indicarci una mappa del corpo sottile, il testo ci invita a trasformare il nostro modo di conoscere. Non ci chiede di fare qualcosa in più, ma di imparare ad ascoltare ciò che è già presente.
Forse è proprio questo il significato più profondo di sthira sukham āsanam. Quando un āsana diventa realmente stabile e confortevole, il corpo smette di essere una forma da controllare. Il respiro si armonizza, l'attività mentale rallenta, le tensioni inutili si dissolvono e iniziano lentamente ad affiorare percezioni più sottili. All'inizio continuiamo a percepire soprattutto ciò che appartiene ai cinque sensi: l'allungamento, la pressione, il peso, il limite. Ma se rimaniamo nell'immobilità senza forzare, qualcosa cambia. Il corpo sembra acquistare una profondità diversa. Il respiro non accompagna più soltanto il movimento, ma diventa uno strumento di conoscenza. Attraverso il respiro iniziamo a entrare in relazione con regioni del corpo che abitualmente rimangono silenziose. È come se, poco alla volta, il corpo iniziasse a rivelare una dimensione più sottile di sé.
Per questo ogni āsana rappresenta una porta. Non una forma da raggiungere, ma un luogo da conoscere. Ogni posizione ci permette di entrare in relazione con una parte diversa del nostro universo interiore, di scoprirne la vitalità, il respiro, la qualità della presenza. Il corpo non è più un oggetto osservato dall'esterno, ma uno spazio vivo che si rivela attraverso l'esperienza diretta. Forse è proprio questa la conoscenza alla quale la Śiva Saṃhitā allude quando ci introduce al corpo come microcosmo. Prima ancora di descriverne la geografia sottile, ci invita a sviluppare una sensibilità capace di percepirlo.
Oggi, in un tempo in cui siamo costantemente portati a guardare il corpo dall'esterno, a giudicarlo, confrontarlo e modificarlo, questo insegnamento appare straordinariamente attuale. La pratica dello Yoga ci ricorda che esiste un altro modo di conoscere. Un modo più silenzioso, più intimo, più profondo. Non fondato sull'immagine, ma sull'ascolto. Non sulla prestazione, ma sulla presenza.
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