Riflessioni sulla Śiva Saṃhitā – 3 Emanazione e Riassorbimento

Riflessioni sulla Śiva Saṃhitā – 3

Emanazione e Riassorbimento

Nel precedente articolo abbiamo riflettuto sul significato di jñāna, la conoscenza che nasce dall'esperienza diretta e che permette di riconoscere la propria natura più profonda. La Śiva Saṃhitā prosegue questo percorso invitandoci a contemplare il modo in cui il mondo emana da un principio originario e, infine, vi si riassorbe.

Uno dei versi afferma:

«Il Puruṣa, per suo volere, crea gli esseri, quindi nasce spontanea l'avidyā, che è l'errore.»
(Śiva Saṃhitā I, 69)

L'emanazione non è presentata soltanto come un evento delle origini, ma come il continuo apparire della molteplicità a partire da un principio originario. In questo movimento nasce anche avidyā, l'ignoranza, che consiste nello scambiare ciò che è mutevole per qualcosa di separato e permanente.

Poco prima il testo afferma:

«Tutto questo mondo composto da esseri che si muovono e da esseri che non si muovono è derivato dall'Intelligenza. L'universo intero è permeato da Essa. In verità, tutte le cose sono l'Intelligenza. Il mondo è pervaso da Essa.»
(Śiva Saṃhitā I, 17)

Secondo la Śiva Saṃhitā, il mondo è permeato da un principio che la traduzione italiana chiama "Intelligenza". Non si tratta dell'intelligenza razionale o della mente individuale, ma di un principio universale che sostiene e permea l'intera manifestazione. Solo più avanti il testo introduce esplicitamente il Supremo Brahman, nel quale ogni cosa infine si riassorbe.

La pratica dello Yoga consiste anche nell'osservare questa realtà senza lasciarsi confondere dalla continua mutevolezza delle forme. Ogni forma, ogni esperienza e ogni essere partecipano della stessa realtà che sostiene l'intera manifestazione. Quando impariamo a riconoscere questo movimento, iniziamo a vedere che nulla rimane identico a sé stesso: tutto nasce, si trasforma e si dissolve.

Per questo la Śiva Saṃhitā introduce il tema del laya, il riassorbimento, descrivendolo come una progressiva dissoluzione degli elementi fino al Supremo Brahman.

Lo esprime con immagini di grande forza simbolica:

«La terra diventa sottile e sparisce nell'acqua; l'acqua si dissolve nel fuoco; il fuoco si dissolve nell'aria; l'aria si dissolve nell'etere; l'etere si dissolve nell'avidyā e l'avidyā si immerge nel Supremo Brahman.»
(Śiva Saṃhitā I, 78)

Emanazione e riassorbimento costituiscono i due poli di un unico processo. Nel cammino dello Yoga questa visione non rappresenta soltanto una cosmologia, ma anche un orientamento interiore: la pratica conduce gradualmente da ciò che è più grossolano a ciò che è più sottile, invitando il praticante a rivolgersi verso quel principio che il testo indica come fondamento ultimo della manifestazione.

La Śiva Saṃhitā ci ricorda così che il cammino dello Yoga non consiste nell'aggiungere qualcosa a ciò che siamo, ma nel procedere gradualmente verso ciò che è essenziale, lasciando che la comprensione maturi attraverso la pratica e l'esperienza diretta.