“Solo la conoscenza è eterna, è priva di inizio e di fine; non esiste nessuna altra sostanza reale, così che la differenza in questo mondo è dovuta alla limitazione dei sensi; tale limitazione appare per conoscere, non per altro.”
Lo yoga rivelato da Śiva (Śiva Saṃhitā), Traduzione di Maria Paola Repetto, Magnanelli Editore.
La Śiva Saṃhitā si apre con un'affermazione sorprendente. Non inizia parlando di āsana, di prāṇāyāma, di cakra o di tecniche yogiche. Il primo insegnamento riguarda jñāna, la conoscenza. Ma non la conoscenza nel senso in cui siamo abituati a intenderla. Per noi conoscere significa studiare, leggere, ricordare informazioni, acquisire competenze. Pensiamo alla conoscenza come a qualcosa che aumenta nel tempo, come una biblioteca che si arricchisce di nuovi libri. La Śiva Saṃhitā propone una prospettiva completamente diversa. Jñāna non è qualcosa che si aggiunge, ma qualcosa che si riconosce. Il primo verso afferma l'esistenza di un'unica realtà eterna, senza principio né fine. Se questa realtà è sempre presente, non può essere costruita né acquisita. Può soltanto essere riconosciuta. Lo yoga non ci invita quindi a diventare ciò che ancora non siamo, ma a riconoscere ciò che è sempre stato presente e che i limiti della nostra percezione ci impediscono di vedere con chiarezza.
Lo stesso verso suggerisce che la molteplicità che sperimentiamo dipende dalla nostra percezione sensoriale. Vediamo separazioni, differenze e frammentazione, ma questa esperienza appartiene al modo in cui percepiamo la realtà, non necessariamente alla sua natura più profonda. Per riconoscere ciò che è più sottile occorre partire da ciò che ci è già noto. Non possiamo avvicinarci all'inconoscibile senza attraversare il conosciuto. È proprio questo il cammino che la Śiva Saṃhitā ci invita a percorrere.
E qui emerge un paradosso. Spesso non conosciamo nemmeno ciò che crediamo di conoscere meglio. Viviamo nel nostro corpo ogni istante della nostra esistenza, respiriamo senza interruzione dal momento della nascita, pensiamo, reagiamo, proviamo emozioni, eppure raramente osserviamo davvero tutto questo. Lo viviamo, ma non lo conosciamo. Lo yoga ci invita allora a iniziare proprio da qui. Non perché il corpo rappresenti il traguardo della ricerca, ma perché costituisce il primo livello del conosciuto, la porta attraverso la quale possiamo avvicinarci progressivamente a ciò che è più sottile.
In questo contesto acquista un significato profondo anche uno dei più celebri sūtra degli Yoga Sūtra di Patañjali: sthira sukham āsanam, la postura stabile e confortevole. Questo sūtra racchiude un principio molto profondo. L'immobilità del corpo non è un obiettivo. È la condizione che rende possibile l'osservazione. Finché il corpo continua a muoversi, una parte della nostra attenzione rimane inevitabilmente rivolta al movimento stesso. Quando invece il corpo diventa stabile, il movimento si quieta e si apre uno spazio nuovo. Possiamo finalmente osservare.
È proprio questa immobilità che permette di conoscere il corpo attraverso l'esperienza diretta, senza analizzarlo, senza giudicarlo, senza volerlo modificare. Semplicemente osservandolo. La Śiva Saṃhitā introduce questo tema nel primo capitolo e, nei capitoli successivi, indica un percorso di pratica attraverso il quale ciò che il primo verso afferma può essere progressivamente riconosciuto.
È per questo che i grandi testi dello yoga, dopo aver enunciato alcuni principi fondamentali, conducono quasi immediatamente alla pratica. Se fosse sufficiente studiare, leggere o comprendere intellettualmente, non ci sarebbe alcun bisogno di praticare. I testi stessi perderebbero il loro significato più autentico. Essi non sostituiscono l'esperienza. La indicano. Sono mappe, non il territorio.
Osservando il corpo e riconoscendo il respiro iniziamo a percepire il prāṇa. Attraverso il prāṇa la coscienza si affina e diventa progressivamente capace di osservare aspetti abitualmente sconosciuti della realtà. La conoscenza così si muove dal più evidente al più sottile, dal conosciuto verso ciò che inizialmente appare inconoscibile. Non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di rimuovere ciò che impedisce una visione più chiara. È un processo di riconoscimento, non di accumulo.
Il senso di questo cammino si rivela progressivamente attraverso il processo stesso dell'osservazione. Ogni volta che lasciamo andare una tensione, una resistenza o un'identificazione, qualcosa si riassorbe. La dispersione diminuisce, la frammentazione si ricompone e la coscienza ritorna progressivamente verso la propria origine. Questo movimento di ritorno attraversa tutta la tradizione dello yoga e, in molti testi, viene indicato con il termine sanscrito laya, il riassorbimento.
Nella Śiva Saṃhitā il primo capitolo insiste soprattutto sul fatto che la molteplicità appartiene alla percezione, mentre l'unica realtà rimane immutabile. Il riassorbimento rappresenta quindi il progressivo dissolversi di ciò che ci fa percepire separati, fino al riconoscimento dell'unità originaria.
È in questo spazio che la verità può manifestarsi. Non una verità costruita dal pensiero o raggiunta attraverso il ragionamento, ma una verità che si rivela spontaneamente quando cessano le resistenze. Quando il corpo è stabile, il respiro quieto e la mente non rincorre più continuamente le proprie distrazioni, ciò che era sempre presente può finalmente essere riconosciuto.
È questa la conoscenza, jñāna, di cui parla la Śiva Saṃhitā. Non un sapere da acquisire, ma una realtà che si svela. L'intero cammino dello yoga consiste nel rimuovere ciò che ne oscura la visione. Ogni pratica diventa così un processo di riassorbimento: un ritorno dal molteplice all'Uno, dall'identificazione con ciò che cambia al riconoscimento di ciò che rimane immutabile.
La conoscenza di cui parla la Śiva Saṃhitā non aggiunge nulla a ciò che siamo. Rivela semplicemente ciò che è sempre stato presente, lasciando emergere la nostra natura essenziale.
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