Riflessioni sulla Śiva Saṃhitā – 10 Prima della tecnica

 

Dopo aver parlato della trasmissione della conoscenza e della relazione tra maestro e allievo, la Śiva Saṃhitā compie un passaggio che trovo particolarmente significativo: prima ancora di entrare nella descrizione delle tecniche, ci parla delle condizioni necessarie perché la pratica possa avere successo. È come se il testo ci invitasse a fermarci un momento prima di iniziare.Oggi siamo abituati a pensare allo Yoga soprattutto attraverso le tecniche. Impariamo un āsana, una modalità respiratoria, una forma di prāṇāyāma, una mudrā. Cerchiamo di eseguire correttamente, di migliorare, di ottenere un determinato risultato. Ma la Śiva Saṃhitā sembra dirci che la tecnica, da sola, non è sufficiente. Prima della tecnica c’è la persona che pratica. Nei versi 16, 17 e 18 il testo distingue coloro che hanno successo nella pratica da coloro che invece non lo ottengono. Tra le condizioni indicate troviamo la fiducia, la fede, la devozione, lo spirito di uguaglianza universale, la moderazione nel cibo e una disposizione interiore libera dall’attaccamento ai desideri, dall’avidità e dall’instabilità. Sono indicazioni che, lette oggi, possono apparire lontane dal nostro modo di vivere. Possiamo però guardarle non come una semplice serie di regole morali, ma come indicazioni sulla qualità dello spazio interiore nel quale pratichiamo.

Perché una tecnica possa trasformarci, dobbiamo essere disponibili a lasciarci trasformare. Possiamo conoscere perfettamente una tecnica e praticarla ogni giorno senza che questa produca realmente un cambiamento. Possiamo eseguire un āsana con grande precisione, controllare il respiro, conoscere i tempi di un prāṇāyāma e tuttavia rimanere esattamente gli stessi. La questione allora non è soltanto come pratichiamo, ma da quale condizione interiore pratichiamo.

La Śiva Saṃhitā parla di fiducia e di fede. Non credo che questo significhi semplicemente credere ciecamente a qualcosa che non abbiamo sperimentato. Nella pratica, la fiducia può essere anche la disponibilità a rimanere abbastanza a lungo dentro un’esperienza senza pretendere immediatamente di sapere dove ci porterà. Praticare significa entrare in uno spazio che non conosciamo completamente. Se ogni volta abbiamo bisogno di controllare il risultato, di sapere in anticipo che cosa deve accadere, di verificare immediatamente se stiamo ottenendo ciò che desideriamo, diventa difficile lasciare che la pratica agisca in profondità. La fiducia crea invece una condizione nella quale possiamo fare ciò che è necessario e, nello stesso tempo, lasciare spazio a ciò che ancora non conosciamo.

Il testo parla anche di “uguaglianza universale”. È un’espressione che trovo particolarmente interessante. Nel sanscrito del verso compare samatā-bhāva: samatā richiama l’uguaglianza, la parità, una condizione di equilibrio, mentre bhāva indica uno stato, una disposizione, un modo di essere. Mallinson traduce questa espressione con equanimity, mettendo in evidenza la dimensione dell’equanimità. La formulazione della Repetto, “spirito di uguaglianza universale”, apre invece una prospettiva diversa. Possiamo però soffermarci proprio su questa qualità di equilibrio e imparare a riconoscerla nella pratica.

L’equanimità può essere sperimentata anche nel modo in cui percepiamo il corpo. Quando pratichiamo, tendiamo spontaneamente a portare l’attenzione là dove la sensazione è più intensa, più evidente o più piacevole. Possiamo invece imparare a lasciare che le sensazioni emergano nell’intero corpo, senza privilegiare una zona rispetto alle altre. Non significa percepire tutto con la stessa intensità, ma permettere che ogni parte possa entrare nel campo della consapevolezza senza essere esclusa o continuamente ricercata. Possiamo allora passare da un’attenzione che seleziona a un’attenzione che accoglie. Una sensazione intensa non deve necessariamente attirare tutta la nostra attenzione; una sensazione più sottile non deve essere ignorata. Lasciamo che entrambe appartengano alla totalità dell’esperienza. Anche questo può essere un modo concreto di sperimentare samatā: non dare più valore a una parte rispetto a un’altra, ma lasciare che l’esperienza del corpo si presenti nella sua interezza. L’equanimità può emergere anche nel rapporto con ciò che ci piace e ciò che non ci piace. Se una pratica ci piace, vogliamo ripeterla; se non ci piace, vogliamo evitarla. Se una posizione riesce bene, siamo soddisfatti; se incontriamo un limite, possiamo sentirci frustrati. Se il respiro diventa più sottile, possiamo desiderare che continui a diventarlo; se la mente si quieta, possiamo voler trattenere quella quiete. Continuamente interveniamo sull’esperienza attraverso il nostro desiderio. Possiamo osservare che cosa accade quando una posizione diventa difficile: il respiro si modifica, il corpo si irrigidisce, compare il desiderio di uscire, aumentiamo lo sforzo. Oppure possiamo rimanere presenti, ascoltare il limite e continuare a respirare. La pratica diventa così un luogo nel quale possiamo osservare concretamente il rapporto tra desiderio, azione e reazione.

La Śiva Saṃhitā parla inoltre della moderazione nel cibo e, più in generale, di una vita regolata e disciplinata. Anche qui il testo sembra ricordarci che lo Yoga non può essere separato dal modo in cui viviamo. La pratica non comincia quando ci sediamo sul tappetino e finisce quando ci alziamo. Il modo in cui mangiamo, il modo in cui desideriamo, il modo in cui reagiamo, il modo in cui utilizziamo le nostre energie: tutto questo crea le condizioni nelle quali la pratica può svilupparsi.

E poi c’è un’indicazione che trovo particolarmente importante: la costanza. Non è sufficiente praticare quando ne abbiamo voglia, quando abbiamo tempo o quando ci sentiamo particolarmente predisposti. La Śiva Saṃhitā insiste sulla continuità della pratica e sull’osservanza delle prescrizioni dello Yoga. Una volta ricevuto un insegnamento, occorre praticarlo. Qui ritorna, in modo naturale, ciò di cui abbiamo parlato precedentemente: ricevere non significa semplicemente ascoltare. Ciò che riceviamo deve entrare nella pratica, deve essere verificato, attraversato, ripetuto, osservato nel tempo. Solo così può smettere di essere un’informazione e diventare esperienza. Per questo la disciplina dello Yoga non è, a mio avviso, rigidità che imponiamo a noi stessi. È piuttosto la capacità di rimanere in relazione con ciò che abbiamo scelto di praticare, abbastanza a lungo perché qualcosa possa realmente sedimentare.

Questo significa anche che lo yoga ci insegna anzi ci ricorda che tutti gli aspetti della vita di un’essere umano vanno considerati insieme, corpo, mente, respiro energia si muovono insieme. Quando questi elementi vengono orientati nella stessa direzione, l’azione diventa un’esperienza integrata.

È proprio questo uno dei punti che Antonio Nuzzo sottolinea nel suo insegnamento: la pratica dello Yoga richiede di mettere in relazione corpo, respiro, pensiero, energia affinché non rimangano tre facoltà separate, ma possano concorrere a un unico processo nello stesso momento.

Il pensiero non rimane confinato nella mente. Nella prospettiva di Nuzzo, ciò che pensiamo e la direzione che diamo al pensiero partecipano al processo psicofisico dell’organismo. Il corpo non è un contenitore separato nel quale la mente si muove: pensiero e corpo si influenzano reciprocamente e costituiscono un unico processo vitale. Una mente disorientata può creare disordine nel modo in cui viviamo il corpo, così come una condizione corporea può modificare il nostro modo di pensare e di percepire. Quando iniziamo una pratica di Yoga, quindi, iniziamo un processo che abbraccia tutte le facoltà di un essere umano. Non si tratta semplicemente di aggiungere una condizione mentale a un’esercitazione fisica e respiratoria. È la sinergia tra questi elementi che rende la pratica realmente Yoga. Questo cambia anche il modo di dare e di ricevere un’indicazione. Non è sufficiente dire: sollevate la gamba inspirando e abbassate la gamba espirando. L’indicazione può riguardare contemporaneamente ciò che fa il corpo, ciò che accade nel respiro e la direzione del pensiero. Il movimento fisico, il processo respiratorio e il processo mentale possono procedere insieme. Nell’insegnamento di Nuzzo, gli Yama e i Niyama partecipano proprio a questo processo. Non sono soltanto principi da conoscere o regole da applicare nella vita quotidiana, ma forze psicofisiche che possono dare una direzione al pensiero e, attraverso la pratica, diventare esperienza. Anche la parola sanscrita può essere incontrata in questa dimensione: non soltanto come concetto da comprendere, ma come suono, vibrazione, indicazione capace di orientare l’esperienza. Ahimsa, satya, asteya, brahmacarya, aparigraha possono così entrare nella pratica non come idee astratte, ma come direzioni, come dei semi, che impariamo progressivamente a riconoscere nel corpo, nel respiro e nel nostro modo di agire.

È in questo senso che la sādhanā diventa qualcosa di molto più ampio della semplice esercitazione fisica. Non è: faccio una posizione, lavoro sul respiro, comprendo gli Yama e i Niyama e, sommando queste tre cose, ottengo lo Yoga. È la loro sinergia, la loro capacità di entrare progressivamente in relazione, che permette alla pratica di diventare un processo unitario, è qualcosa di unico.

E qui la Śiva Saṃhitā e Patañjali, pur appartenendo a testi e contesti differenti, ci parlano per alcuni aspetti una lingua sorprendentemente vicina: lo Yoga non è la somma delle sue tecniche, ma un processo attraverso il quale corpo, respiro, pensiero e direzione interiore, energia imparano progressivamente a muoversi nella stessa direzione.

Prima della tecnica, quindi, c’è una preparazione più profonda. C’è il modo nel quale ci disponiamo, la nostra capacità di essere presenti, la capacità di osservare il desiderio senza esserne immediatamente trascinati, la continuità, la fiducia, la disponibilità a praticare senza sapere sempre quale sarà il risultato. E soprattutto c’è la possibilità di comprendere che la tecnica è uno strumento, non il fine della pratica. Una tecnica può modificare il corpo, il respiro, la percezione. Ma ciò che rende possibile questa trasformazione non è soltanto la correttezza dell’esecuzione. È la qualità del vissuto interiore nel quale entriamo nell’esperienza. Ed è proprio per questo che la Śiva Saṃhitā, prima di cominciare a descrivere il prāṇāyāma, ci chiede di guardare a noi stessi. Prima della tecnica c’è la disposizione con cui pratichiamo. Solo dopo aver creato queste condizioni, il testo entra nel prāṇāyāma: la purificazione delle nāḍī, il controllo del respiro, il kumbhaka e gli stadi progressivi della pratica. La tecnica può essere perfetta, ma è ciò che accade dentro di noi a trasformare l’esperienza.

E qui un grazie ad Antonio Nuzzo, che mi ha fatto capire che quando pensavo di aver imparato la tecnica… non avevo ancora cominciato.