"Come lo spazio pervade l'interno e l'esterno di una giara, così lo Spirito pervade l'interno e l'esterno di tutte le cose."
Śiva Saṃhitā, capitolo I
Traduzione di Maria Paola Repetto, in Lo yoga rivelato da Śiva (Śiva Saṃhitā), Il Loto, Collana di Cultura Orientale diretta da Stefano Piano.
Ci sono immagini che, da sole, riescono a racchiudere l'essenza di un intero insegnamento. Quella della giara è una di queste.
Immaginiamo una giara di terracotta. Siamo abituati a pensare che esista uno spazio al suo interno e uno spazio al suo esterno. Il linguaggio stesso ci porta a immaginare due spazi distinti, quasi fossero realtà separate.
Eppure, se osserviamo con attenzione, ci accorgiamo che lo spazio non conosce alcuna divisione. È uno solo. La giara non crea due spazi, ma soltanto l'impressione di una separazione. Se la giara si rompe, non accade nulla allo spazio: ciò che scompare è soltanto il confine che la nostra mente aveva tracciato.
Con questa immagine la Śiva Saṃhitā apre il suo insegnamento e, ancora prima di parlare di posture, di respiro o di tecniche, ci invita a cambiare il nostro modo di guardare la realtà.
Questa scelta non è casuale. Molti testi di haṭha yoga iniziano presentando metodi, discipline o pratiche; la Śiva Saṃhitā, invece, pone al centro una visione. Prima ancora di insegnarci come praticare, ci invita a riflettere su chi siamo e sul rapporto che ci lega al mondo. È come se ci dicesse che la qualità della pratica dipende innanzitutto dallo sguardo con cui la intraprendiamo.
E' proprio questa la sua particolarità: la pratica non nasce soltanto da una tecnica, ma da una visione. È lo sguardo sulla realtà a trasformare il modo di vivere un āsana, un respiro, una meditazione. Per questo il testo inizia parlando dello Spirito che permea ogni cosa: perché senza questa prospettiva anche la pratica rischia di ridursi a un insieme di gesti, mentre lo yoga è, prima di tutto, un cammino di conoscenza.
Lo Spirito è come quello spazio: non è racchiuso nelle cose, ma nemmeno ne è separato. Pervade ogni essere, ogni forma di vita, ogni manifestazione dell'universo; nulla gli è esterno e nulla ne è escluso.
Questa visione cambia radicalmente il senso della pratica yoga. Se lo Spirito permea ogni cosa, allora anche il corpo ne è permeato. Il corpo non rappresenta un ostacolo alla ricerca spirituale, né una realtà inferiore da trascendere: è una manifestazione dello Spirito.
Eppure, nella nostra esperienza quotidiana, è facile identificarci soltanto con la forma: con il corpo, con i pensieri, con la nostra storia personale. È questa identificazione che la Śiva Saṃhitā chiama ignoranza, non perché il corpo sia un errore, ma perché dimentichiamo ciò che lo pervade.
La giara non è il problema. Il problema nasce quando dimentichiamo lo spazio che la pervade.
La Śiva Saṃhitā ci propone allora uno sguardo diverso. La pratica non consiste nel fuggire dal corpo, ma nel riconoscere, attraverso il corpo, ciò che è sempre presente.
È qui che il primo capitolo introduce il tema della conoscenza, jñāna. La conoscenza di cui parla il testo non è un sapere teorico, né un insieme di concetti da apprendere, ma un riconoscimento di ciò che è sempre stato presente e che l'ignoranza ci impedisce di vedere.
Non dobbiamo creare lo Spirito, perché non è assente. Dobbiamo piuttosto riconoscere ciò che l'ignoranza ci impedisce di vedere. L'ignoranza non consiste nel non sapere, ma nell'identificarci esclusivamente con la forma della giara, dimenticando lo spazio che la pervade. La conoscenza è il momento in cui questo equivoco si dissolve.
Per questo la pratica yoga, nella prospettiva della Śiva Saṃhitā, non è una ricerca di qualcosa che manca, ma un cammino che ci conduce a vedere con maggiore chiarezza ciò che è sempre stato presente.
Forse è proprio questa la domanda che il testo affida a ogni praticante: che cosa cambia quando il corpo non è più un ostacolo, ma il luogo attraverso cui impariamo a riconoscere la presenza dello Spirito?
Forse cambia il modo in cui entriamo in un āsana, il modo in cui respiriamo e perfino il nostro rapporto con il limite, con la fatica e con il silenzio. Perché, quando lo sguardo si trasforma, anche la pratica e la vita stessa si trasformano.
Forse la Śiva Saṃhitā ci invita proprio a questo: a guardare la giara senza dimenticare lo spazio, a vivere pienamente il corpo senza identificarci soltanto con esso e a riconoscere che ciò che chiamiamo "dentro" e ciò che chiamiamo "fuori" sono soltanto due modi con cui la mente descrive una realtà che, come lo spazio, è sempre una.
Forse è questa la conoscenza di cui parla il testo: non qualcosa da acquisire, ma qualcosa da riconoscere.
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