Piccolo quaderno di appunti dedicato agli āsana dello Haṭha Yoga Pradīpikā. 

BHADRĀSANA

Una postura o una disposizione interiore?

La parola sanscrita bhadra significa favorevole, benevolo, propizio. Nello Haṭha Yoga Pradīpikā questa postura viene presentata come particolarmente benefica, ma forse il suo insegnamento più profondo non riguarda la forma del corpo.

Quando entriamo in Bhadrāsana siamo invitati ad aprire il bacino e a trovare stabilità. Ma possiamo chiederci: con quale interiorità stiamo entrando nella postura?

Siamo lì per ottenere qualcosa o per ascoltare?

Lo yoga non ci insegna soltanto ad assumere una forma. Ci insegna ad abitare quella forma con presenza.

Un’āsana rivela il suo significato più profondo quando smettiamo di volerlo conquistare e iniziamo ad ascoltare ciò che ha da mostrarci.

Lo Haṭha Yoga Pradīpikā ci ricorda che āsana non è il fine del percorso. È uno spazio nel quale impariamo ad osservare noi stessi.

E forse l’ascolto è uno dei primi passi attraverso cui lo Haṭha Yoga comincia a trasformarsi in Rāja Yoga.

 

GOMUKHĀSANA

Lo spazio dell’ascolto

In Gomukhāsana molte persone si accorgono che il respiro cambia.

Spesso pensiamo che una postura si sostenga grazie allo sforzo.

Lo yoga suggerisce qualcosa di diverso.

Un āsana si sostiene attraverso il respiro. In questo modo la mente smette gradualmente di lottare contro la forma, perché la forma che il corpo assume nasce da un ascolto interno, non da un’idea esteriore.

Quando la respirazione raggiunge la regione toracica e clavicolare, a volte ci si accorge che ciò che manca non è più forza, ma spazio.

Nella vita siamo spesso abituati a rispondere alle difficoltà aumentando lo sforzo.

Quando incontriamo una resistenza tendiamo a spingere, controllare, forzare.

Gomukhāsana ci invita invece a un’altra possibilità.

Creare spazio.

Spazio nel torace.

Spazio nel respiro.

Spazio nell’esperienza.

Forse alcune tensioni non chiedono di essere vinte, ma ascoltate. E forse è proprio attraverso il respiro che il corpo ci insegna questa differenza.

 

SIṂHĀSANA

Il coraggio del leone

La postura del leone è una delle più insolite della tradizione yogica. Apriamo la bocca, estendiamo la lingua, lasciamo che il volto si trasformi.

Perché?

Forse perché passiamo gran parte della nostra vita a trattenere.

Tratteniamo parole.

Tratteniamo emozioni.

Tratteniamo energie.

La gola è una porta. Un luogo di passaggio tra ciò che custodiamo nel nostro mondo interiore e ciò che scegliamo di manifestare.

Spesso ciò che non esprimiamo non scompare. Rimane nel corpo sotto forma di tensione, contrazione, trattenimento.

In Siṃhāsana il respiro si accompagna al suono. Non per produrre qualcosa di armonioso o piacevole, ma per liberare ciò che è rimasto imprigionato.

Come il ruggito del leone che attraversa la foresta, il suono attraversa il corpo e apre uno spazio.

Uno spazio in cui non dobbiamo apparire controllati, perfetti o composti.

Uno spazio in cui possiamo semplicemente essere.

Forse il leone rappresenta proprio questo.

Non la forza di chi domina.

Ma il coraggio di chi si manifesta senza nascondersi.

Di chi lascia emergere la propria voce.

Di chi smette di trattenere la vita e le permette finalmente di fluire.

 

MATSYENDRĀSANA

Punti di vista

Una torsione modifica il nostro punto di vista.

Il corpo rimane stabile, ma lo sguardo si dirige altrove.

Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più profondi dello yoga.

La trasformazione non consiste sempre nel cambiare ciò che vediamo.

Talvolta consiste nel cambiare il modo in cui guardiamo.

Nella vita siamo spesso convinti che il disagio dipenda dalle circostanze esterne.

Cerchiamo di modificare le situazioni, le persone, gli eventi.

Ma non sempre è possibile.

Matsyendrāsana ci ricorda un’altra possibilità.

Rimanere dove siamo e osservare da una prospettiva differente.

Quando entriamo nella torsione lo sguardo si orienta oltre la spalla.

Oltre la parete dietro di noi.

Verso uno spazio che normalmente rimane fuori dal nostro campo visivo.

Oltre l’orizzonte.

Verso l’infinito.

Come se la postura ci ricordasse che esiste sempre qualcosa che non stiamo considerando.

La postura non ci porta altrove.

Ci invita a scoprire che anche restando nello stesso luogo può emergere una comprensione nuova.

A volte ciò che ci limita non è la situazione.

È l’abitudine con cui la osserviamo.

La torsione interrompe per un istante questa abitudine.

Ci sottrae alla visione automatica.

Ci invita a guardare con occhi nuovi.

E quando cambia lo sguardo, cambia anche l’esperienza.

Forse la libertà non nasce sempre dal cambiare il mondo.

Talvolta nasce dal non essere più prigionieri del nostro modo abituale di guardarlo.

 

DHANURĀSANA

L’arco e la direzione

Un arco non esiste per rimanere teso.

Esiste per orientare una freccia.

Dhanurāsana ci invita a riflettere sul modo in cui utilizziamo la nostra energia.

Quanta energia disperdiamo ogni giorno?

E quanta ne orientiamo realmente?

Spesso pensiamo di essere stanchi perché abbiamo poca energia. Ma non sempre è così.

Molte volte la nostra energia è semplicemente dispersa.

Un pensiero ci porta altrove. Un’emozione ci trascina in una direzione diversa. Un desiderio, una paura o una preoccupazione assorbono la nostra coscienza. La mente si muove continuamente e con essa si disperde anche la nostra forza.

La tradizione insegna che respiro, coscienza ed energia sono profondamente connessi.

Dove si dirige la coscienza, lì tende a fluire l’energia.

E dove l’energia si raccoglie, anche la mente ritrova direzione e chiarezza.

Per questo lo yoga non consiste soltanto nell’accumulare energia. Consiste nell’imparare a raccoglierla e ad orientarla.

Come un arciere che prima di lasciare andare la freccia raccoglie la propria attenzione in un’unica direzione, anche il praticante impara gradualmente a dirigere il proprio processo mentale invece di esserne trascinato.

In Dhanurāsana il corpo si tende come un arco, ma la tensione non è fine a se stessa. È una forza raccolta, disponibile, orientata.

Forse la vera trasformazione inizia quando la coscienza smette di disperdersi e l’energia ritrova una direzione.

Perché non è la quantità di energia a fare la differenza.

È la direzione che le diamo.

 

PAŚCIMOTTĀNĀSANA

L’arte del lasciare andare

Paścimottānāsana viene spesso descritta come una postura di estensione e flessione avanti.

Forse però il suo insegnamento più profondo riguarda l’abbandono.

Quando entriamo nella posizione siamo immediatamente tentati di fare qualcosa.

Scendere di più.

Raggiungere i piedi.

Migliorare la forma.

Andare oltre il limite del corpo.

Ma ogni tentativo di forzare crea una tensione.

Ogni desiderio di arrivare da qualche parte ci allontana dall’esperienza presente.

Paścimottānāsana ci invita invece ad un’altra possibilità.

Accogliere.

Accogliere il corpo così com’è.

Accogliere il respiro.

Accogliere persino le resistenze che emergono.

A poco a poco scopriamo che non tutto si trasforma attraverso lo sforzo.

Alcune tensioni si sciolgono quando smettiamo di intervenire.

Quando lasciamo andare l’idea di dover ottenere qualcosa.

Quando permettiamo al corpo di avvicinarsi alla terra senza fretta.

Forse la vera distensione non nasce dall’intervento.

Nasce quando smettiamo di interferire.

Quando lasciamo andare ciò che non è necessario trattenere.

Quando non c’è più nulla da ottenere, il corpo può finalmente riposare nella sua naturale intelligenza.

E nel silenzio dell’ascolto la postura continua a rivelarsi da sola.

 

SIDDHĀSANA

La postura della presenza

Tra tutti gli āsana descritti nello Haṭha Yoga Pradīpikā, Siddhāsana occupa un posto particolare. Non riguarda la forma. Riguarda la disponibilità.

Nello Haṭha Yoga āsana non è soltanto una posizione del corpo. È una meditazione sul corpo.

Siddhāsana non è pensata per sviluppare forza o flessibilità. È pensata per permetterci di stare. Di stare senza inseguire qualcosa. Di stare senza correggere continuamente l’esperienza.

Forse il suo insegnamento più profondo è proprio questo.

Smettere di fare.

Non una postura per ottenere.

Una postura per essere.

Nella stabilità della postura e nella naturale verticalità della colonna, il corpo diventa un sostegno per il raccoglimento del prāṇa e della coscienza.

Le qualità che abbiamo incontrato nelle altre posture presenza, ascolto, raccoglimento trovano qui uno spazio particolarmente favorevole per approfondirsi.

La coscienza può progressivamente diffondersi nella totalità del corpo.

Non più una somma di parti.

Il prāṇa si raccoglie.

La mente si quieta.

Una presenza globale.

Forse è per questo che i siddha, gli esseri realizzati a cui la postura deve il suo nome, la consideravano così preziosa.

Siddhāsana occupa un posto speciale nello Haṭha Yoga Pradīpikā perché raccoglie e custodisce tutte le qualità che ogni āsana, quando viene realmente vissuto, può rivelare.