Nel secondo capitolo dello Haṭha Yoga Pradīpikā Svātmārāma introduce il rapporto tra mente e respiro, descrive la purificazione delle nāḍī e presenta Nāḍī Śodhana come pratica preliminare. Potremmo aspettarci una trattazione generale del prāṇāyāma. E invece il cuore del capitolo è occupato dai kumbhaka. Sūryabhedana, Ujjāyī, Sītkārī, Śītalī, Bhastrikā, Bhrāmarī, Mūrcchā e Plāvinī vengono infatti presentati come differenti forme di kumbhaka. Questa scelta non sembra casuale. È come se tutto il lavoro preliminare fosse orientato verso qualcosa di molto preciso.
La parola kumbhaka deriva da kumbha, vaso. Un recipiente che contiene, raccoglie e custodisce. Ma forse il significato più profondo del kumbhaka non riguarda semplicemente il trattenimento del prāṇa. Riguarda la coscienza.
Se negli āsana il campo di osservazione è ancora prevalentemente il corpo, nel prāṇāyāma la coscienza viene progressivamente invitata a spostare il proprio interesse verso qualcosa di meno tangibile. Il riferimento non è più il corpo. È il prāṇa.
La pratica del prāṇāyāma rappresenta allora un cambiamento di prospettiva. La coscienza viene educata a non prendere più come unico riferimento i confini del corpo e le informazioni provenienti dai sensi. Nell'immobilità l'attenzione si sposta verso il respiro, verso il prāṇa, verso ciò che non può essere afferrato, misurato o definito con la stessa immediatezza della materia.
In questo senso il respiro diventa una porta. Una porta verso una dimensione più sottile dell'esistenza. Seguendolo, la coscienza impara progressivamente ad interessarsi a ciò che è meno visibile e meno definibile. La tradizione associa questa apertura ad ākāśa, lo spazio. Non semplicemente uno spazio fisico. Ma una dimensione aperta, priva di confini. Una dimensione che invita la coscienza ad andare oltre i propri abituali punti di riferimento.
Nel kumbhaka questa esperienza diventa particolarmente evidente. Quando il movimento del respiro si sospende, la coscienza non può più appoggiarsi ai suoi movimenti abituali. Per un istante viene invitata a sostare. Ad entrare in uno spazio diverso. Non si tratta di annullare la mente. Si tratta di creare le condizioni affinché il suo continuo movimento perda parte della propria forza.
Può allora emergere una qualità differente dell'esperienza. Più silenziosa. Più stabile. Più raccolta. Come se dietro il continuo movimento della vita mentale si aprisse un luogo sconosciuto. La coscienza si affaccia ad una dimensione della vita che normalmente rimane nascosta. Non qualcosa di separato dall'esistenza. Non un altro mondo. Ma ciò che potremmo chiamare l'altra faccia della vita. Una dimensione sempre presente, che accompagna costantemente l'esperienza del corpo e della mente, ma che raramente riconosciamo perché il nostro sguardo è continuamente rivolto verso ciò che è più evidente, tangibile e misurabile.
Forse è proprio qui che il prāṇāyāma rivela il suo significato più profondo. Non soltanto come regolazione del prāṇa. Non soltanto come tecnica energetica. Ma soprattutto come educazione della coscienza al sottile. Una graduale disponibilità a lasciare il mondo conosciuto per aprirsi a ciò che non può essere colto immediatamente dai sensi.
Per questo il kumbhaka occupa una posizione così centrale nello Haṭha Yoga Pradīpikā. Perché nella sospensione del respiro la coscienza può intuire che la vita non coincide interamente con la dimensione materiale dell'esperienza. Può affacciarsi ad una comprensione più ampia di sé stessa e dell'esistenza.
Forse è per questo che Svātmārāma dedica il capitolo ai Kumbhaka-bheda. Perché il cuore del prāṇāyāma non è semplicemente regolare il respiro e il prāṇa, ma imparare a riconoscere questo luogo.
Tutte le pratiche descritte nel capitolo sembrano orientate verso questa direzione, fino a culminare nel Kevala Kumbhaka, il kumbhaka spontaneo. Non una ritenzione prodotta dalla volontà. Ma una condizione nella quale il respiro stesso si quieta perché la coscienza dimora stabilmente nel prāṇa.
Da questa prospettiva il kumbhaka non rappresenta una tecnica tra le altre. Rappresenta una soglia. Una soglia tra il visibile e l'invisibile. Tra il conosciuto e il mistero.
Haṭha Yoga Pradīpikā · Kumbhaka-bheda
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