Non c'è Rāja senza Haṭha e non c'è Haṭha senza Rāja

 

«Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale.»

(Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76)

Basterebbe fermarsi davanti a questo verso della Haṭha Yoga Pradīpikā per mettere in discussione gran parte dell'idea contemporanea di yoga.Oggi siamo abituati a considerare lo Haṭha Yoga come una pratica del corpo e il Rāja Yoga come una pratica della mente. Questa distinzione ci sembra naturale perché riflette il modo in cui la cultura occidentale ha imparato a osservare la realtà: separando.Separiamo il corpo dalla mente, l'esperienza dalla conoscenza, la pratica dalla teoria, la materia dallo spirito. Analizziamo le parti e finiamo per dimenticare il tutto. Eppure la Haṭha Yoga Pradīpikā nasce proprio per dirci che questa separazione è illusoria.

Fin dai versi iniziali dell'opera, Svātmārāma presenta lo Haṭha Yoga come una scala che conduce al Rāja Yoga. L'immagine è semplice e potente. Nessuno costruisce una scala per fermarsi sui gradini. Una scala serve per andare oltre, per raggiungere qualcosa che da terra non è accessibile. Se lo Haṭha Yoga fosse stato concepito come una semplice pratica corporea, questa immagine non avrebbe alcun senso.

L'esistenza stessa di questo testo testimonia che il lavoro sul corpo era sempre inserito all'interno di un percorso più ampio, orientato alla trasformazione della coscienza. Gli āsana, il prāṇāyāma, le tecniche di purificazione e le pratiche energetiche non rappresentano il fine dello yoga. Sono strumenti. Preparano il terreno affinché il praticante possa accedere a una percezione più ampia di sé e della realtà.

Per comprendere meglio questa affermazione è utile guardare agli Yoga Sūtra di Patanjali, il testo che costituisce il fondamento del Rāja Yoga. Quando pensiamo al Rāja Yoga immaginiamo immediatamente la meditazione, il samādhi, gli stati più elevati della coscienza. Ma Patanjali inizia da tutt'altra parte.

Prima di insegnare come meditare, insegna come vivere. I primi due gradini dell'Aṣṭāṅga Yoga sono infatti gli Yama e i Niyama: ahiṃsā, la non violenza; satya, riconoscere la propria verità; asteya, non separare una parte dalla totalità; brahmacarya, sentirsi discepoli di Brahma; aparigraha, il non attaccamento al possesso. Seguono śauca, la purezza; santoṣa, il contentamento; tapas, la disciplina; svādhyāya, lo studio di sé; īśvarapraṇidhāna, l'abbandono al Divino. Spesso questi insegnamenti vengono interpretati come semplici precetti morali. In realtà rappresentano qualcosa di molto più profondo. Sono pratiche di consapevolezza. Attraverso di esse il praticante inizia ad osservare il proprio funzionamento interiore, i propri automatismi, le proprie paure, i desideri, gli attaccamenti e le identificazioni che limitano la libertà della coscienza.

Lo yoga non è solo sul tappetino. Lo yoga è anche nel modo in cui viviamo.

Per questo il verso della Haṭha Yoga Pradīpikā assume una portata straordinaria. Non c'è Haṭha  senza Rāja perché il lavoro sul corpo non può essere separato da una trasformazione della mente e della coscienza. Ma non c'è nemmeno Rāja senza Haṭha, perché la ricerca interiore non può rimanere confinata nel pensiero o nell'intelletto. Deve incarnarsi nel corpo, nel respiro, nelle azioni quotidiane, nella concreta esperienza della vita. Se togliamo gli Yama e i Niyama, se togliamo il lavoro sulla coscienza, se togliamo la trasformazione del modo di stare nel mondo, cosa rimane dello yoga? Una pratica corporea certamente utile, capace di generare salute, benessere e stabilità, ma privata della sua direzione originaria. E se, al contrario, ci limitiamo a studiare i testi, ad analizzare i concetti e a discutere le dottrine senza attraversare il corpo, il respiro e l'esperienza diretta, rimaniamo spettatori di una conoscenza che non ci trasforma. Gli antichi yogin non avrebbero compreso questa divisione. Per loro il corpo non era separato dalla mente, la mente non era separata dall'energia e l'energia non era separata dalla coscienza. Ogni aspetto dell'essere umano era visto come parte di un'unica realtà vivente.

La frammentazione che osserviamo oggi nello yoga riflette una frammentazione più ampia che caratterizza il nostro modo di guardare il mondo. Abbiamo imparato a comprendere analizzando, dividendo, specializzando. Questo approccio ha prodotto risultati straordinari in molti campi del sapere, ma quando viene applicato all'essere umano mostra i suoi limiti. Corpo, emozioni, mente e dimensione spirituale vengono trattati come ambiti separati, mentre l'esperienza reale ci mostra continuamente la loro profonda interdipendenza. Lo yoga nasce da una prospettiva differente. Non cerca di dividere ma di integrare. Non cerca di isolare le parti ma di ricondurle ad una visione più ampia. Una postura modifica il respiro. Il respiro influenza la mente. La mente condiziona il modo in cui percepiamo la realtà. La qualità della nostra coscienza si riflette nelle nostre relazioni e nelle nostre azioni. Nulla esiste separatamente dal resto.

Forse è proprio questa la luce evocata dal titolo stesso dell'opera. Pradīpikā significa lucerna, lampada. Una luce che non illumina una singola parte ma l'insieme. Una luce che ci invita a riconoscere che il percorso yogico non riguarda soltanto il corpo, né soltanto la mente, ma l'essere umano nella sua totalità.

La Haṭha Yoga Pradīpikā continua ancora oggi ad offrirci un insegnamento essenziale: la trasformazione avviene quando smettiamo di considerare il corpo e la coscienza come realtà separate. Quando comprendiamo che la pratica e la conoscenza, l'esperienza e la comprensione, lo Haṭha Yoga e il Rāja Yoga non sono due strade diverse, ma due aspetti inseparabili di un unico cammino.