Mudrā · L'arte di creare le condizioni.
Dopo aver dedicato un intero capitolo agli āsana e uno ai prāṇāyāma, Svātmārāma introduce le mudrā. Per molti praticanti rappresentano forse la parte più enigmatica della Haṭha Yoga Pradīpikā. Le descrizioni sono spesso simboliche, i benefici appaiono straordinari e il linguaggio sembra allontanarsi ulteriormente da una lettura puramente fisica della pratica.
Ma cosa sono realmente le mudrā?
Spesso vengono presentate come tecniche energetiche avanzate, strumenti capaci di dirigere il prāṇa o risvegliare forze latenti. E certamente questa è una delle chiavi attraverso cui la tradizione le ha interpretate. Tuttavia, forse esiste un modo ancora più semplice e profondo per avvicinarsi al loro significato.
Le mudrā non sembrano aggiungere qualcosa alla pratica. Sembrano piuttosto creare le condizioni affinché qualcosa possa accadere.
Fin dall'inizio della Haṭha Yoga Pradīpikā osserviamo una progressiva educazione della coscienza. Attraverso gli āsana il corpo trova stabilità e smette gradualmente di richiamare continuamente l'attenzione. Ma è anche attraverso gli āsana che impariamo a osservare noi stessi. Le reazioni della mente, le resistenze, le aspettative e il continuo desiderio di modificare l'esperienza diventano visibili. Il corpo si trasforma così nel primo specchio attraverso il quale la coscienza può iniziare a riconoscere i propri movimenti. Attraverso il prāṇāyāma la coscienza viene poi educata ad ascoltare dimensioni sempre più sottili dell'esperienza. Nei kumbhaka il movimento si sospende e si apre uno spazio nel quale può emergere una qualità differente della presenza.
Le mudrā sembrano inserirsi naturalmente in questo percorso. Non chiedono necessariamente di fare di più. Chiedono spesso di fare meno. Di interrompere alcune abitudini. Di non disperdere. Di non interferire. Di non seguire continuamente il movimento che porta la coscienza verso l'esterno.
È come se l'intera pratica dello yoga stesse gradualmente preparando un terreno. Un terreno favorevole. Un terreno fertile. Le mudrā appartengono forse a questa arte sottile della preparazione.
Il contadino non crea il germoglio. Nessuno può farlo. Può però preparare il terreno, proteggerlo, irrigarlo, creare le condizioni affinché la vita possa manifestarsi.
Allo stesso modo le mudrā non producono necessariamente un'esperienza. Non impongono una trasformazione. Creano le condizioni affinché ciò che è già presente possa emergere con maggiore chiarezza.
Forse è anche per questo che la tradizione attribuisce loro un valore così grande. Non perché contengano qualcosa di magico. Ma perché insegnano una qualità fondamentale dello yoga: la capacità di collaborare con la vita invece di cercare continuamente di controllarla.
Le mudrā sembrano ricordarci che non tutto accade attraverso lo sforzo. Esiste una dimensione della pratica che richiede partecipazione, attenzione e disciplina, ma che nello stesso tempo richiede disponibilità, ascolto e fiducia.
Più ci avviciniamo alle parti profonde della Haṭha Yoga Pradīpikā, più appare evidente che il percorso dello yoga non consiste nell'aggiungere continuamente qualcosa a noi stessi. Consiste piuttosto nel creare le condizioni affinché ciò che è essenziale possa manifestarsi.
Forse è proprio questa l'arte delle mudrā.
L'arte di creare le condizioni.
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