Khecarī · Quando la coscienza scopre lo spazio

Tra le mudrā descritte nello Haṭha Yoga Pradīpikā, Khecarī è probabilmente una delle più affascinanti e misteriose. Svātmārāma le attribuisce un'importanza straordinaria e la tradizione ne parla come di una pratica capace di condurre lo yogin oltre la fame, la sete, il sonno e persino la morte. A una prima lettura queste affermazioni possono apparire difficili da comprendere. Eppure, come spesso accade nello Haṭha Yoga Pradīpikā, forse il significato più profondo della pratica non risiede tanto negli effetti straordinari che le vengono attribuiti, quanto nella direzione verso cui essa orienta la coscienza.

Tecnicamente Khecarī consiste nel portare progressivamente la lingua verso il palato superiore fino a inserirla nella cavità retrostante. Si tratta di una pratica che la tradizione considera estremamente avanzata e che richiede preparazione, tempo e la guida di un maestro. A prima vista potrebbe sembrare un gesto molto semplice. Eppure è proprio questa semplicità a suscitare una domanda. Come può una posizione della lingua produrre effetti tanto profondi?

La risposta non riguarda soltanto la lingua.

Quando pratichiamo Khecarī qualcosa cambia progressivamente nell'intero organismo. La lingua si immobilizza. La mandibola si rilassa. La gola si quieta. La deglutizione tende a diminuire. Anche lo sguardo perde lentamente il bisogno di cercare. Il respiro diventa sempre più sottile. Sono piccoli cambiamenti, quasi impercettibili, ma tutti sembrano orientarsi nella stessa direzione: ridurre il continuo movimento che abitualmente mantiene la coscienza occupata.

Forse tutta la pratica dello Haṭha Yoga conduce lentamente verso questo momento.

All'inizio la nostra attenzione è continuamente dispersa. Il corpo richiede cure, il respiro cambia senza che ce ne accorgiamo, la mente viene trascinata incessantemente da pensieri, ricordi, aspettative. Poco alla volta la pratica educa una qualità diversa della presenza. Non attraverso un gesto improvviso, ma attraverso un progressivo raccoglimento. Ciò che era frammentato inizia lentamente a ritrovare una direzione comune. Il fare si attenua. Il respiro si fa più sottile. Il bisogno di intervenire continuamente sull'esperienza diminuisce.

Khecarī sembra appartenere proprio a questo momento del cammino.

Non inaugura una nuova pratica.

Non aggiunge qualcosa.

Prosegue semplicemente un processo che è già iniziato.

Riduce ulteriormente ciò che continua a disperdere la nostra attenzione, fino a lasciare emergere una qualità della presenza che non dipende più da ciò che accade, ma dal modo in cui impariamo ad essere nell'esperienza.

Il termine Khecarī significa letteralmente "colei che si muove nello spazio". Ma quale spazio?

Siamo abituati a pensare che la coscienza esista sempre in relazione a qualcosa. Un suono richiama la nostra attenzione. Un'immagine cattura lo sguardo. Un pensiero ci trascina nel passato o nel futuro. Un'emozione occupa completamente l'esperienza. La coscienza sembra muoversi continuamente da un oggetto all'altro, come se avesse costantemente bisogno di qualcosa da seguire.

Forse Khecarī ci invita a osservare un'altra possibilità.

Forse la coscienza non deve necessariamente rincorrere ciò che appare.

Può iniziare a riconoscere uno spazio nel quale ogni esperienza appare.

Questo spazio non è semplicemente un luogo del corpo. Non coincide necessariamente con un punto anatomico. È una qualità dell'esperienza. Una dimensione silenziosa che normalmente rimane nascosta, non perché sia lontana, ma perché siamo continuamente assorbiti dagli oggetti che attraversano la nostra attenzione.

Pensiamo al cielo.

Le nuvole cambiano continuamente forma. Appaiono. Si trasformano. Scompaiono. Se continuiamo a seguire soltanto le nuvole, il cielo quasi non viene più visto. Eppure è sempre presente. È lo spazio che permette alle nuvole di apparire.

La coscienza funziona nello stesso modo.

Pensieri, emozioni, ricordi e sensazioni sono come le nuvole. La nostra attenzione li segue incessantemente. Khecarī non crea il cielo. Così come Mahāmudrā non crea l'unità. Riduce semplicemente ciò che ci impedisce di riconoscerli.

Forse è proprio questo il significato più profondo della pratica.

Non apre uno spazio nuovo.

Rende visibile uno spazio che è sempre stato presente.

Quando diminuiscono il movimento, il fare, la continua ricerca e il bisogno di inseguire ogni esperienza, la coscienza non trova qualcosa di nuovo. Riconosce ciò che non aveva mai smesso di esserci.

E' anche per questo che lo Haṭha Yoga attribuisce tanta importanza alle mudrā. Non perché producano stati straordinari della coscienza. Ma perché insegnano progressivamente a rimuovere ciò che ne impedisce il riconoscimento.

E forse proprio qui lo Haṭha Yoga incontra la meditazione.

Non in una tecnica diversa.

Ma nella scoperta che ciò che cercavamo non era un nuovo oggetto dell'esperienza.

Era lo spazio silenzioso che ha sempre accolto ogni esperienza.

Khecarī · Haṭha Yoga Pradīpikā