Gli Yoga Sūtra descrivono āsana come "Sthira-sukham āsanam", stabile e confortevole. Una stabilità che non è solo del corpo ma anche della mente, quando la mente cessa di essere richiedente. Comodità come disponibilità all’accoglienza del corpo. Āsana viene inoltre descritta come "Prayatna śaithilya", sciogliere gli sforzi inutili. Il gesto diventa essenziale, il corpo non lotta più. La mente accoglie, e il corpo si ammorbidisce e si riorganizza, come se trovasse da sé la sua forma più pura, senza che sia la volontà ad agire.
È proprio in questo equilibrio—stabilità, piacere, presenza—che āsana diventa uno spazio di risonanza. La mente non prevale sul corpo: la mente ascolta il corpo, e il corpo ascolta il respiro. Il respiro diventa il trait d’union, la linea sottile che collega e unifica.
Āsana diventa uno yantra perché la pratica non è più un “fare”: è un configurarsi. È una forma interiore che si rivela. Corpo, respiro e mente entrano in una relazione così precisa e aperta da creare un campo, una figura energetica che orienta, raccoglie e chiarifica. Una forma che sostiene la presenza. Perché un yantra è una forma che non si impone, ma emerge da un ordine interno. Non è un disegno rigido, ma una geometria vivente che organizza l’energia. Allo stesso modo, in āsana, quando sforzo e volontà si dissolvono, corpo e mente trovano spontaneamente un allineamento naturale, una disposizione armonica. Le linee, le direzioni, i punti di forza e di morbidezza si dispongono come in un mandala: ogni parte si relaziona a tutte le altre.
Photo: Fiamma Brighi, Sarakiniko, Milos, Cicladi
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